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Il Calcio a Marconia ha bisogno di tutti Noi
Pubblicato il 20 agosto 2026A cura di Luigi Copertino @ AutomateWork

Il Calcio a Marconia ha bisogno di tutti Noi

Una lettera aperta alla comunità, dopo settimane passate a leggere commenti, messaggi, critiche e storie di chi continua ad amare questi colori. Di Luigi Copertino

Una cosa che ho capito in queste settimane: il calcio a Marconia ha bisogno di tutti noi

Questo non è un articolo, non è un comunicato, è una lettera a cuore aperto.

Da qualche settimana seguo da vicino la comunicazione dell’Elettra Marconia, insieme ad altri professionisti locali.

Significa pubblicare contenuti, raccontare quello che succede, rispondere ai messaggi, leggere i commenti e provare, insieme alle altre persone coinvolte, a ricostruire un rapporto tra la squadra e la comunità.

Ma soprattutto significa osservare e in queste settimane ho capito una cosa molto più chiaramente di quanto potessi immaginare prima di iniziare questo lavoro: a Marconia il calcio importa ancora tantissimo.

Lo capisci dall’entusiasmo di chi aspetta un nuovo acquisto o capisci da chi scrive per sapere quando potrà tornare allo stadio.

Lo capisci da chi racconta di quando al Regina Mauro andava da bambino quando ancora non aveva questo nome.

Ma, paradossalmente, lo capisci anche dalle critiche.

Alcune sono dure e gratuite, altre costruttive, qualcuna probabilmente nasce da vecchie delusioni, altre da aspettative diverse su quello che dovrebbe essere il calcio a Marconia.

E va bene così.

Perché quando una cosa non interessa più a nessuno, nessuno perde tempo a criticarla.

Dietro un commento spesso c'è molto più di quello che sembra

Leggendo ogni giorno messaggi e commenti ho iniziato anche a capire che dietro molte parole c'è una storia.

C'è chi vorrebbe vedere più ragazzi di Marconia in campo, chi ricorda altre stagioni e altri giocatori e ovviamente... chi vorrebbe uno stadio pieno.

Chi pensa che in passato siano stati commessi degli errori e chi chiede risultati.

Chi semplicemente vuole tornare a vivere quella sensazione che per anni è mancata: uscire di casa e andare a vedere la squadra del proprio paese.

Opinioni diverse, spesso anche molto diverse tra loro.

Ma quasi tutte partono dalla stessa cosa (escluse appunto quelle gratuitamente cattive, ahimè).

Il desiderio che il calcio a Marconia torni ad avere un futuro.

Ed è proprio da qui, secondo me, che dovremmo provare a ripartire.

Dare la colpa agli altri è sempre la parte più semplice

Questa non vuole essere una lezione a nessuno, anzi.

Sono l’ultimo arrivato ( o tornato... ) e proprio per questo probabilmente posso osservare alcune dinamiche con un po’ di distanza.

È facile dire cosa dovrebbe fare la società.

È facile dire cosa dovrebbe fare il Comune.

È facile dire che servono più ragazzi locali, più sponsor, più pubblico, più organizzazione o risultati migliori.

Molte di queste richieste possono essere anche giuste ma c’è una domanda che prima o poi dovremmo farci tutti:

io, nel mio piccolo, cosa posso fare?

Non significa necessariamente mettere soldi, non significa diventare dirigenti o volontari, non significa neppure essere sempre d’accordo con chi gestisce la società.

Significa riconoscere che, se vogliamo davvero ricostruire qualcosa dopo anni difficili, ognuno avrà una piccola parte da fare.

Il progetto che mi ha colpito di più riguarda i bambini

Tra tutte le cose che ho ascoltato e che hanno spinto me e altri professionisti a proporci come Digital Partner dell'Elettra ce n’è una che considero particolarmente importante:

l’obiettivo che Elettra Marconia e Sporting Marconia vogliono provare a costruire nei prossimi anni è creare un percorso nel quale la prima squadra possa essere alimentata sempre di più dai ragazzi cresciuti nel vivaio.

Non domani, non tra sei mesi, parliamo di un lavoro che richiederà anni.

E anche se sembrerebbe scontato è giusto dirlo con chiarezza.

Un bambino che oggi comincia a giocare deve poter crescere con l’idea che quella maglia non sia qualcosa che appartiene soltanto a giocatori arrivati da fuori.

Deve poter guardare la prima squadra e pensare:

“Se divento abbastanza bravo, se lavoro e se avrò la possibilità, un giorno potrei esserci anch’io.”

Secondo me questa è una delle cose più belle che una società sportiva possa costruire.

Ma non basta creare un settore giovanile.

Immaginate per un momento di avere dieci anni

Provate a immaginare la scena, avete dieci anni, giocate a calcio durante la settimana.

La domenica vostro padre, vostra madre o vostro nonno vi portano al Regina Mauro per farvi divertire, per farvi guardare un po di calcio, per non farvi stare davanti alla TV.

Entrate e vedete gente sugli spalti, sentite il rumore della partita.

Vedete la maglia della squadra del vostro paese prima di leggere i nomi sulle maglie ( che nel nostro caso non ci sono), come un celebre film citava: “Il nome che porti davanti è più importante di quello dietro, ok?”.

Per un bambino quella non è soltanto una partita di Eccellenza, è qualcosa che improvvisamente sembra possibile.

Un obiettivo.

Un sogno.

Una cosa alla quale appartenere.

Ora immaginiamo la stessa partita in uno stadio vuoto.

Il campo è identico.

I giocatori sono gli stessi.

Ma ciò che quel bambino percepisce è completamente diverso.

Ed è anche per questo che penso che tornare allo stadio sia importante.

Non significa essere tifosi soltanto quando si vince

In queste settimane ho visto entusiasmo crescere rapidamente, veramente tantissima gente scrive alla pagina, chi offre giocatori, chi chiede informazioni, chi vuole mostrare il proprio supporto.

Ma so benissimo che arriveranno anche i momenti complicati.

Perderemo delle partite.

Allenatori che verranno criticati.

Decisioni societarie discutibili.

Fa parte del calcio.

Sostenere un progetto non significa rinunciare alla critica.

Anzi, una comunità viva deve anche saper discutere.

Ma c’è una differenza enorme tra criticare qualcosa di cui si continua a far parte e osservare da lontano aspettando, e sperando, soltanto che qualcosa vada male.

Il calcio che vorremmo ricostruire a Marconia ha bisogno anche di pazienza.

Non pazienza cieca.

Pazienza accompagnata da lavoro, serietà e responsabilità.

Da parte di tutti.

Anche un abbonamento è un piccolo pezzo di questo percorso

Parliamoci chiaramente.

Un abbonamento non cambierà da solo il futuro dell’Elettra Marconia o dello Sporting Marconia.

Sessanta euro non costruiscono un settore giovanile e cento euro non risolvono tutti i problemi di una società.

Ma tante piccole scelte insieme cominciano a costruire qualcosa.

L’Abbonamento Base da 60 euro e il VIP Pass da 100 euro sono certamente un sostegno economico alla società.

Ma credo abbiano soprattutto un altro significato.

Dire:

“Quest’anno io ci sono.”

Significa avere una persona in più sugli spalti, una famiglia in più, un bambino in più che vive il Regina Mauro.

Un piccolo segnale che permette a chi sta provando a costruire questo progetto di capire che non sta lavorando da solo.

In queste settimane ho visto quante persone stanno mettendo qualcosa

Sto conoscendo persone che dedicano ore del proprio tempo, persone che lavorano dietro le quinte e che probabilmente nessuno vedrà mai in una fotografia.

Sponsor che decidono di sostenere il progetto, dirigenti, staff tecnico, collaboratori, genitori, ragazzi.

Tifosi che ci scrivono ogni giorno per proporre qualcosa, raccontare un ricordo o semplicemente sapere quando sarà la prossima partita.

Ognuno mette quello che può.

Ed è probabilmente questa la mentalità che dobbiamo recuperare.

Non aspettare sempre che qualcun altro risolva tutto.

Fare bene la propria piccola parte.

Non sappiamo dove arriveremo

Questa è forse la cosa più importante che voglio scrivere.

Non so dove arriverà l’Elettra Marconia nei prossimi anni.

Non credo si possa promettere che avremo una squadra piena di ragazzi di Marconia.

Non si può promettere uno stadio sempre pieno.

Non si possono promettere vittorie.

Possiamo però provare a costruire le condizioni perché queste cose diventino più probabili.

Serve una società che lavori bene? SI.

Serve uno Sporting che continui a crescere ragazzi? SI.

Servono allenatori competenti? SI.

Servono famiglie? SI.

Servono sponsor? SI.

Serve chi dedica gratuitamente il proprio tempo? SI.

Serve il pubblico? Assolutamente!

Serve pazienza? Tanta!

E servirà anche imparare dagli errori che inevitabilmente verranno commessi.

Dopo tanti anni, abbiamo nuovamente una possibilità

Per molto tempo il Regina Mauro è rimasto lontano dalla vita quotidiana del calcio di Marconia.

Ora è di nuovo lì, le porte sono aperte, i bambini possono tornare a vedere la prima squadra del proprio paese (e non si chiederanno "a ci apparten" uno specifico giocatore).

Le famiglie possono tornare sugli spalti. chi per anni ha criticato può tornare e continuare a farlo, magari davanti a un caffè dopo la partita, chi ama questi colori può tornare a viverli, finalmente.

Sarebbe un peccato pensare che basti aver riaperto uno stadio per aver risolto il problema.

Il lavoro vero comincia adesso.

E riguarda tutti.

Ognuno con le proprie possibilità.

Ognuno con le proprie idee.

Ognuno con il proprio ruolo.

Ma, almeno su una cosa, provando ad andare nella stessa direzione: lasciare ai ragazzi e ai bambini di Marconia qualcosa di più forte di quello che abbiamo trovato.

Perché un giorno sarebbe bello guardare la prima squadra entrare al Regina Mauro, riconoscere alcuni dei bambini che oggi vediamo correre dietro a un pallone e poter dire:

“Ne è valsa la pena.”

Io, nel mio piccolo, ho deciso di esserci, da locale, da padre, da tifoso.

Spero che saremo in tanti.

Questo non è un articolo, non è un comunicato, è una lettera a cuore aperto. Luigi Copertino AutomateWork | Comunicazione digitale Elettra Marconia

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